AMARCORD MICARievocazioni del passato, rigorosamente di seconda mano
Rubrica a comparsa intermittente - 4. puntata1983: L'aliena Pollard e i soliti mal di pancia del movimento«Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria», diceva Dante Alighieri. E sarà anche vero. Ma siccome oggi il basket italico piange miseria a tutto spiano, c'è venuta la curiosità di ravanare nei ricordi dell'epoca in cui il nostro sport aveva il vento in poppa: così, tanto per vedere l’effetto che faceva.
Sicché pigliamo un Superbasket del
novembre 1983. L’anno d’oro del basket italiano. Nei mesi precedenti, il maschile aveva festeggiato, nell'ordine: finale di Coppa Campioni tra Cantù e Milano (prima volta nella storia tra due squadre dello stesso paese); finale scudetto Roma-Milano con record di pubblico e d'interesse; oro della nazionale agli Europei.

L'atmosfera è di giustificata euforia, e infatti
Aldo Giordani, mitico direttore di SB, nella risposta a un lettore snocciola:
«sono stati costruiti a tempo di primato palazzetti dello sport [...]; l'indice di riempimento dei palazzi dello sport è salito dal 62 al 68 per cento [...]; lo spazio riservato al basket dalla stampa è aumentato del 33 per cento rispetto alla stagione precedente, dalla radio-tv del 53 per cento; [...] è stato stabilito l'incasso-record per una partita di campionato».
Uno s'aspetta che anche nel femminile si respirasse la stessa aria d'entusiasmo, o almeno una piccola parte, visto che in quell'epoca il basket donne era ormai uscito dal buio delle palestrine per entrare nei palazzetti veri, Vicenza era campione d'Europa in carica, e c'erano da due anni le straniere (una per squadra) ad alzare il livello di un campionato dove prima dominavano le solite due o tre e adesso invece sembravano in tante a poter competere (la dinastia di Vicenza era solo agli inizi). Insomma, c'era di che essere allegri, o quantomeno ottimisti.
Ma quando mai.

Evidentemente è fisiologico che nel femminile nostrano il piangersi addosso, lo scontento e il senso di crisi perenne la facciano da padroni sempre e comunque. Questo va detto a beneficio delle giovani d'oggi che magari, a furia di sentirsi raccontare che una volta era tutto meglio, cadono in depressione (ammesso che gliene freghi qualcosa di com'era il basket 25 anni fa): sappiano che può anche darsi che fosse tutto meglio, ma anche allora non era contento nessuno...
Il tema del giorno, su quel Superbasket, è l'
abbandono dell'attività da parte di 5 giocatrici di spicco, 4 delle quali senza preavviso. Riassume l'articolista Pierluigi Valli:
Maria Baldini ha detto ai dirigenti di Milano che non se la sentiva di continuare perché deve studiare medicina e se n'è andata in Valtellina senza più farsi sentire;
Annarita Tuzzi s'è ritirata alla vigilia del campionato per stare col fidanzato in Romagna;
Silvana Cadorin dopo pochi giorni di ritiro ha fatto i bagagli e se n'andata senza apparente motivo;
Giusy Montanari a settembre è stata assunta in un ministero e quindi non può più giocare;
Wilma Grazioli, almeno, l'aveva comunicato ai dirigenti alla fine della stagione precedente.
Emerge insomma il quadro di un basket femminile ancora molto dilettantistico-dopolavoristico, in cui le giocatrici, salvo eccezioni, sono pagate una miseria, e quindi appena si rompe qualcosa nella loro testa o c'è un'occasione migliore, smettono di botto anche se giovani e balde.

Valli intervista alcune delle tipe in questione. Grazioli:
«Il basket mi costringeva a rinunciare a un mucchio di altre cose. Per un po' di anni ho fatto volentieri questi sacrifici, poi a un certo punto giocare a basket per me ha perso ogni significato, m'è passata la voglia. Non mi divertivo più, andare in palestra solo per quei due soldi che mi davano non m'interessava».
Cadorin:
«Da diversi mesi ero in crisi, pensavo di riuscire a superarla con la nuova stagione, invece non è stato così. Avevo chiesto di poter andare a casa più di frequente, me l'hanno negato, ma questa è solo la causa scatenante, quello che ha fatto esplodere un malessere che sentivo da tempo».
Su Baldini, Valli commenta che
«Maria è sempre stata una ragazza complessa, già in passato ha attraversato periodi di demotivazione nei riguardi del basket». E la morale della vicenda è che
«una volta, il basket femminile era soprattutto divertimento, oggi alle ragazze a livello di serie A si chiede impegno, sacrificio, due ore in palestra. In cambio si danno rimborsi spese che (americane a parte) consentono al massimo di mantenersi. O si riesce ad aumentare gli stipendi (ma la situazione economica delle società non lo consente, se non si vuol rischiare un crac gigantesco) oppure si resterà fatalmente esposti al rischio che qualche ragazza, ogni tanto, dica basta».
In sostanza, precarietà, basket vissuto come un peso, donne sull'orlo di una crisi di nervi, gente che molla perché due ore di palestra per pochi soldi sono troppe. E pensare che uno dei tanti ritornelli di oggi è che «le ragazze di adesso non hanno voglia di sacrificarsi, quelle di una volta invece...».

E' giusto far sapere che anche questa è una balla: c'erano quelle dalla volontà di ferro e quelle meno motivate o più fragili, esattamente come oggi. Solo che, del passato, ci si ricorda solo delle prime, le migliori, com'è giusto che sia. Peraltro a noi pare che di ore in palestra, chi gioca in A1 adesso, ne passi parecchie di più e non è che tutti gli stipendi siano principeschi, anzi a ben vedere conosco qualcheduna che ha fatto anni di A2 per pochi soldi, studiando o lavorando nel frattempo e senza farsi problemi per due ore di basket ogni sera...

Chissà. Quello che è sicuramente vero è che le straniere che arrivavano a quei tempi nel nostro campionato erano, salvo isolati bidoni, delle vere extraterrestri. Se ciò fosse dovuto al fatto che erano le migliori al mondo (ricordiamo che a quei tempi non c'era la Wnba, mentre col comunismo i magnati russi erano di là da venire...) oppure che le italiane di allora, tranne poche, giocavano un basket dell'età della pietra, in confronto, difficile dirlo. Giocatrici straordinarie con la sfortuna di vivere gli anni d'oro in un'epoca in cui, senza la Wnba e i mega-ingaggi europei dei decenni successivi, anche le superstar guadagnavano molto meno di quanto avrebbero meritato.
L'aliena più aliena di tutte, planata sul campionato italiano proprio in quell'autunno 1983, fu
LaTaunya Pollard. 23 anni, 1.77 di altezza, da Long Beach University, l'americana fu ingaggiata dalla neopromossa
Gefidi Trieste. Superbasket, a firma Attilio Frizzati (un antenato del misterioso "Attilio Casati" che firma vari articoli sulle nazionali nel SB attuale?) ne fa un ritratto-intervista proprio nel numero in questione. Siamo alla terza giornata, in cui Pollard ha trascinato Trieste alla vittoria su Barletta con 36 punti; la settimana prima ne aveva messi 42 in un'impresa esterna contro Roma, candidata allo scudetto.
«Il coach Miro Turcinovich ha così descritto il suo tesoro d'ebano: salta come un grillo, tira meravigliosamente dalla media e dalla lunga distanza, difende da leonessa, serve le compagne con passaggi forti, veloci, smarcanti e precisi, con una capacità incredibile. [...]
Semplice, quasi timida, spontanea, disponibile, così ha risposto alle nostre domande:
- Cosa ti ha fatto scegliere Trieste?
“Sono candidata nella rosa che giocherà alle Olimpiadi (Los Angeles ’84, ndr); nessun campionato in Usa è così consistente come quello italiano che da noi si ritiene professionistico: per di più a Trieste mi hanno assicurato una serie di incontri contro le squadre dell’Est. Tutto questo servirà a prepararmi adeguatamente per presentarmi all’ultima selezione per la squadra olimpica al meglio della condizione. Giocare alle olimpiadi per me è raggiungere l’Eden, qualificarmi come atleta e come persona, raggiungere uno scopo meraviglioso.
- Altri motivi?
“Anche quello economico, guadagnerò una bella cifra (30.000 dollari, n.d.r.) parte dei quali andranno alla mia famiglia, ho sei fratelli e cinque sorelle, i miei genitori saranno lieti di avere un aiuto da me”.
- Dopo le prime partite cosa pensi del basket italiano?
“E’ sicuramente di buon livello, non poche delle giocatrici che ho incontrato potrebbero ben figurare nelle migliori squadre universitarie Usa. Forse si difende con meno concentrazione, anzi certamente, però questo mi aiuta nelle conclusioni”.E via dicendo. Poi la tipa parla di come si trova a Trieste, dove l’ha seguita pure il fidanzato; dice che è sorpresa di come la gente sia disponibile e sappia parlare bene l’inglese. E be’, ma Trieste è città cosmopolita: se no, l’italiano medio, altro che parlare inglese. Ma tanto Pollard, quel che contava è che parlasse sul campo.
E lei parlava discretamente chiaro, chiudendo la stagione a oltre 37 punti di media, compreso un memorabile duello contro l'altra americana-aliena sbarcata in quel campionato, Valerie Still della GBC Milano, in cui Pollard avrebbe segnato 49 punti contro 47; e poi una “discreta” chiusura con 62, dicasi 62,

contro Milano in semifinale-playoff, inutile a evitare l’eliminazione (Milano poi avrebbe perso la sua ennesima finale-scudetto, 63-65 nella decisiva gara-3 contro Vicenza di chi? Di Roberto Galli) ma sufficiente per entrare nella leggenda.
Leggenda di cui Pollard scriverà altri capitoli negli anni a venire, ad esempio viaggiando a 39,5 di media nel 1984/85, sempre con Trieste, poi un anno e mezzo di lontananza dall’Italia per rientrare a metà stagione nel 1986/87, stavolta con Schio. E’ lì che Pollard scriverà la pagina più clamorosa della sua carriera dalle nostre parti, stampando
99 punti, tuttora record assoluto in una singola partita (in effetti un po’ difficile da battere), il 29 marzo ’87 contro Gragnano.

Addirittura 48 punti la sua media in 16 gare! Dal 1988 al '91 evoluisce ad Ancona, dove vince altri 2 titoli di capocannoniera, non però nell'89 perché Still la batte con "soli" 39,9 a serata!
Roba di cui oggi non se ne vede l’uguale, certo, ma come anche nel maschile è un altro tipo di basket, in cui non c’è più il “fenomeno” isolato che catalizza metà dell’attacco e non esce mai dal campo, bensì squadre più profonde che distribuiscono minutaggi e punti, e inoltre passano ore al videotape a studiare alchimie per limitare i terminali altrui.
Forse quel tipo di basket faceva sognare di più, visto che le cronache parlano di 2000 spettatori di media al palasport di Trieste per vedere le gesta di Pollard. Ma non ci pare che a Taranto o a Venezia, oggigiorno, ci sia meno entusiasmo. Il 1983 aveva i suoi pregi, il 2009 altri. Peccato che ieri come oggi, nell’ambiente si preferisca piangere sui difetti. Che ci si po' ffa'?.
LaTaunya Pollard, anno 1983.Archivio 2008/09: About a girl - Bollettino lombardo - E se c'ero dormivo - Peluche LeagueIl torneo di Binzago su Webbasket -
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